Coscienza e diritti: una rilettura contemporanea del concetto hobbesiano di opinione sediziosa
Nel pensiero di Thomas Hobbes (1588-1679) la nozione di coscienza costituisce un concetto frastagliato e a tratti ambiguo. Da dominio del pensiero, espresso in termini cognitivi come formazione e intreccio di idee nella mente umana, a luogo in cui si annidano le opinioni e le credenze più profonde della dimensione religiosa, tanto da costituire un forum interiore la cui forza motivante è paragonabile a quella della legge positiva. E molto spesso coscienza religiosa e legge possono entrare in conflitto. La prospettiva hobbesiana in questo campo può aiutare a leggere alcuni importanti oggetti della riflessione etica contemporanea. Conciliare al meglio le credenze e le abitudini religiose degli individui con la vita pubblica appare, infatti, come una tra le questioni più urgenti del nostro tempo (nonché come uno dei problemi cruciali del pensiero hobbesiano).
In questa luce, si proverà a rileggere in chiave contemporanea il concetto di opinione sediziosa, che Hobbes colloca all'origine dei conflitti intestini (tanto politici quanto religiosi). Per far questo, si lavorerà sulla nozione di stabilità. Più precisamente, in che modo la nozione di stabilità, intesa come condizione per il godimento delle «soddisfazioni della vita» (Leviatano, XXXI), può essere letta oggi come condizione di pacifico godimento di diritti individuali. In Hobbes, ciò che mina la stabilità è la diffusione di opinioni sediziose; oggi, ciò che può intaccare la condizione di pacifico godimento di diritti è la diffusione di alcune opinioni derivanti da visioni religiose (che in quanto tali restano parziali), con la pretesa di essere valide per tutti, e da opinioni estremamente rischiose che possono portare al linguaggio dell'odio, all'incitamento alla discriminazione e alla violenza.