«Una biblioteca mia non riesco mai a tenerla assieme»: gli scaffali reali e ideali di Italo Calvino

02 Pubblicazione su volume
Di Nicola Laura

Se la letteratura, per Calvino, ‘è fatta’ di biblioteche, di
contro, le biblioteche sono sistemi per ‘fare’ letteratura, per
inventarla, rappresentarla, desiderarla, e classificarla, nella
scissione fra un senso di frustrazione e di appagato piacere
che ogni tentativo di conoscenza, e di ordine, cela. Ogni biblioteca
– interna o esterna, intima o reale –esprime una selezione
della mente per costruire un modello possibile di
catalogazione. Catalogare, classificare, dividere, separare,
distinguere serve a difendersi dal caos del mondo, con una
razionalità che è pura forma d’invenzione e creatività.
Calvino alla sua morte, nel 1985, ha lasciato due importanti
‘opere interrotte’, biblioteche possibili della letteratura,
l’una speculare all’altra: l’una è una ‘biblioteca d’autore’,
fatta di libri (la biblioteca di Campo Marzio), l’altra una ‘biblioteca
pensata’, fatta di parole (Lezioni americane).
Entrambe senza un inizio e senza una fine, non catalogabili,
se non nella molteplicità e complessità delle potenzialità; non
classificabili perché, in esse, i libri sono, come li considerava
Cosimo Piovasco di Rondò «un po’ come degli uccelli»2 e
nella vita di una persona non sono ingabbiabili, sono
dappertutto, o da nessuna parte, sia fuori che dentro.
L’una è un ‘ideale di biblioteca’ proiettato nella rappresentazione
di un sistema stratificato di una memoria classificatoria
che determina la mappa dei libri, l’altra è una
‘biblioteca ideale’ costruita sfogliando nella memoria immaginativa
la propria biblioteca interiore. La biblioteca di
Italo Calvino si colloca fra l’una e l’altra: bisogna individuare
il punto in cui la biblioteca pensata non coincide con quella
vera per trovarla, come la fortezza d’If.

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