La diplomazia digitale italiana
Nel complesso contesto internazionale attuale, è difficile pensare che la conduzione degli affari sovranazionali possa essere demandata esclusivamente al tradizionale standard “romantico” di diplomazia, costituito da accordi tra diplomatici, lontani dallo sguardo pubblico e dallo scrutinio della collettività. Oggigiorno, gli affari internazionali reclamano non solo una visibilità (e un’auspicata trasparenza) senza precedenti, ma implicano, anche strategicamente, il coinvolgimento delle opinioni pubbliche. L’idea di diplomazia pubblica, dunque, ha compiuto enormi passi in avanti dalla sua istituzione convenzionale. Nel 1965, Edmund Gullion, ex diplomatico divenuto preside della Fletcher School of Diplomacy alla Tufts University, ne conia una definizione, divenuta poi “iconica”, per spiegare le azioni indirizzate alla coltivazione di relazioni culturali e agli scambi informativi posti in atto dagli Stati Uniti in quegli anni. Secondo tale teorizzazione, la diplomazia pubblica era prima di tutto una strategia che aveva a che fare con l’influenza degli atteggiamenti pubblici sulla formazione e l’esecuzione delle politiche estere. Ciò autorizzava le relazioni internazionali a estendersi ben oltre la diplomazia tradizionale, premendo verso il corteggiamento delle opinioni pubbliche di altri paesi, obbligando la narrativizzazione degli affari esteri, incrementando la necessità di comunicazione proprio tra i comunicatori governativi e non, come i diplomatici o i corrispondenti esteri, e promuovendo forme di comunicazione interculturale.