Paesaggio, super struttura coagulante
Le mutazioni fisico-spaziali indotte dai fenomeni di urbanizzazione e di crescita dell’edificato degli ultimi decenni ci restituiscono città dilatate, apparentemente aperte ma all’interno delle quali prosperano condizioni di separatezza, di chiusura e di vera e propria esclusione. Dominano dunque due caratteri apparentemente inconciliabili, la discontinuità e la chiusura. Entrambi si manifestano in vario modo, investono sia la dimensione fisico-spaziale che quella sociale ed economica, danno vita ad una rete di interrelazioni che orientano e condizionano le esperienze materiali ed immateriali degli abitanti. La città lascia vuoti e l’habitat si compone di materiali e flussi eterogenei sempre più privi di relazioni e di scambi riconoscibili. Edilizia, infrastrutture, tracce di un’urbanizzazione aliena la cui brutale semplificazione - case, asfalto, terra - lasciano emergere la presenza di uno strato preesistente che ci appare devitalizzato, afono e silente. Esso comprende spazi che richiedono un nuovo statuto tra naturale e artificiale, da costruire sulla base di programmi di mescolanza di qualità figurativa, contenuti sociali, funzioni. Gli spazi liberi, i sistemi vegetali, i tracciati viari che penetrano nella città, le asperità orografiche che hanno impedito o rallentato l’edificazione, identificano uno strato disponibile, dotato di qualità infrastrutturanti, funzionale per la vitalizzazione di tessuti urbani e territoriali in sofferenza. Come un nuovo sistema linfatico che non ricerca ordine e figure compiute il paesaggio si propone come una superstruttura coagulante, fondata sulle possibilità, aperta a successive trasformazioni nel tempo.