Paesaggio come tessuto di particelle

02 Pubblicazione su volume
Spita Leone

Il lavoro di Kengo Kuma parte da un paradosso: “voglio cancellare l’architettura“. Si sviluppa attraverso l’elezione di un materiale; prosegue con l’adozione di gesti che mirano a tagliare, spezzettare, sbriciolare, finanche fare a strisce sottilissime il materiale prescelto che informa la sua architettura monomaterica. Infine i pezzi, resi della giusta misura, si disintegrano visivamente in particelle producendo effetti ipnotici. L’ipertrofia dell’oggetto è negata, favorendo al suo posto un fenomeno, come quello dell’arcobaleno: leggere, delicate particelle che fluttuano nell’aria. Kuma vuole dimostrare che tutto quello che noi percepiamo non sono oggetti ma fenomeni. La cultura occidentale, fortemente orientata all’atto del vedere, matura l’illusione che la percezione dipenda dall’esistenza delle cose, e considera il mondo una collezione di oggetti. Oggi, comunque, non è affatto facile dissolvere l’oggetto. Non importa quanto ricca sia la qualità tattile di un materiale, se appare come una massa esso non cambia espressione. Al contrario, una volta ridotto in particelle diventa effimero. A un improvviso mutamento di luce, o a causa dello spostamento dell’osservatore, la materia si disperde come una nuvola e aleggia come foschia. I progetti di Kuma sembrano incompiuti, posseggono la qualità di lasciare frammenti non dichiarati, o non realizzati, puntando al suo potenziale di completamento ed elaborazione.

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